Colonne d'Ercole e Ceuta: il mito del confine del mondo

Il mito delle Colonne d'Ercole tra Calpe e Abila, il legame con Ceuta e il Monte Hacho, e il significato del non plus ultra da Dante a oggi.

31 luglio 2026 12:23
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C'è un punto sulla carta geografica dove il mito e la roccia coincidono. È lo Stretto di Gibilterra, il varco stretto tra Europa e Africa dove, secondo gli antichi Greci, il mondo conosciuto smetteva di esistere. Da una parte il continente europeo, dall'altra quello africano, e in mezzo un braccio di mare che per secoli ha rappresentato la soglia oltre la quale nessun navigante avrebbe dovuto spingersi. Quel confine aveva un nome preciso: le Colonne d'Ercole.

Oggi uno dei due promontori che secondo la tradizione formavano quella soglia si trova dentro i confini di Ceuta, l'enclave spagnola sulla costa marocchina. Il Monte Hacho, che domina la città, porta ancora addosso l'eco di quel racconto antico. Capire perché un semidio greco sia finito a dare il nome a una collina nordafricana significa ripercorrere insieme la mitologia classica, la storia della cartografia antica e le vicende di una città che ha attraversato fenici, romani, portoghesi e spagnoli senza mai perdere la propria posizione strategica.

Il mito: Ercole, i monti divisi e il limite invalicabile

La storia nasce, come spesso accade nella mitologia greca, da una delle dodici fatiche di Eracle (Ercole per i romani). L'eroe, figlio di Zeus e della mortale Alcmena, doveva sottrarre il bestiame al gigante Gerione, una creatura con tre teste e tre busti che regnava sull'isola di Erizia, all'estremo occidente del mondo conosciuto. Per raggiungerla, Ercole attraversò la Libia e giunse infine ai piedi di due monti, Calpe e Abila, che secondo la tradizione erano in origine un'unica montagna.

Le versioni del mito divergono su cosa accadde davvero in quel punto. Una racconta che Ercole spaccò il monte in due con la forza, aprendo un varco tra i due mari e collegando l'Atlantico al Mediterraneo. Un'altra, più sobria, narra che l'eroe si limitò a innalzare due colonne sulle sponde opposte dello stretto, sormontate da statue, per segnare in modo definitivo il confine tra il mondo degli uomini e ciò che restava sconosciuto. Su quelle colonne, secondo la leggenda, fu incisa la scritta non plus ultra, "non oltre", un monito rivolto a chiunque avesse la tentazione di superare quel limite.

Il messaggio era tanto geografico quanto filosofico. Per i Greci antichi, oltrepassare le Colonne significava sfidare l'ordine naturale delle cose, un'idea che sarebbe sopravvissuta per secoli nella letteratura occidentale, fino a diventare uno dei simboli più potenti dell'ambizione umana e dei suoi limiti.

Abila e Calpe: la geografia sacra degli antichi

I nomi mitici dei due monti, Calpe sul versante europeo e Abila (talvolta reso come Abyla) su quello africano, non sono invenzioni letterarie isolate: riflettono un modo di pensare la geografia tipico del mondo antico, in cui i luoghi reali venivano costantemente sovrapposti a un racconto sacro. Calpe è identificata con relativa certezza nella Rocca di Gibilterra, il celebre promontorio calcareo alto oltre quattrocento metri che domina ancora oggi lo stretto e appartiene ai Territori Britannici d'Oltremare, pur trovandosi geograficamente sulla penisola iberica.

Per la colonna meridionale, quella africana, la tradizione è meno univoca. Due candidati si contendono da secoli il nome di Abila: il Jebel Musa, in territorio marocchino, e il Monte Hacho, che sorge invece dentro i confini della città spagnola di Ceuta. Gli autori classici non hanno lasciato indicazioni sufficienti a sciogliere il dubbio in modo definitivo, e la disputa è arrivata sostanzialmente intatta fino agli studiosi contemporanei. Ceuta, però, ha sempre rivendicato con una certa fierezza il proprio legame con il mito, tanto che i Greci la conoscevano proprio con il nome di Abyla.

Dove si trovano davvero le Colonne d'Ercole

Colonne d'Ercole e Ceuta
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Va detto con chiarezza che le Colonne d'Ercole, in senso stretto, non sono mai esistite come manufatti reali. Si tratta di un elemento mitologico, la cui collocazione geografica è sempre stata oggetto di interpretazione più che di certezza archeologica. Alcuni studiosi moderni, tra cui Sergio Frau, hanno persino proposto di spostare la loro posizione originaria al Canale di Sicilia, sostenendo che nelle fasi più antiche della cultura greca il limite del mondo conosciuto corrispondesse allo Stretto di Messina, non a quello di Gibilterra.

Questa ipotesi si basa sull'osservazione che nell'Odissea di Omero i mostri Scilla e Cariddi, custodi di un passaggio pericolosissimo tra due terre, sembrano riferirsi più plausibilmente alla Sicilia che alla Spagna, un'area geografica che i Greci dell'epoca arcaica conoscevano ancora poco. Solo con l'espansione delle rotte commerciali verso occidente, a partire dal settimo secolo avanti Cristo, il limite mitico si sarebbe progressivamente spostato fino a coincidere con lo Stretto di Gibilterra, dove è rimasto fissato nella tradizione successiva. La geografia del mito ha seguito passo dopo passo l'espansione reale della conoscenza greca del Mediterraneo.

Ceuta, la città che porta ancora il nome del mito

Al di là della disputa sulla collocazione esatta delle Colonne, resta il fatto che Ceuta occupa da millenni una posizione strategica di primissimo ordine, e questo spiega perché il suo legame con la mitologia classica sia sopravvissuto così a lungo nell'immaginario collettivo. La città sorge su una piccola penisola che si protende verso lo Stretto di Gibilterra, con il Monte Hacho a fare da sentinella naturale sul mare.

Le prime tracce di insediamento nella zona risalgono all'epoca fenicia, quando i naviganti mediterranei riconobbero immediatamente il valore di un porto capace di controllare il passaggio tra due mari e due continenti. I Greci, arrivati più tardi in quelle acque, ereditarono e rielaborarono questa centralità geografica trasformandola in racconto mitico: un luogo già centrale per il commercio diventava, nella loro narrazione, il confine sacro del mondo conosciuto.

Nei secoli successivi Ceuta passò sotto il controllo di cartaginesi, romani, bizantini e arabi, per poi entrare nell'orbita portoghese nel Quattrocento e infine in quella spagnola, alla quale appartiene tuttora come città autonoma sulla costa nordafricana. Ogni dominazione ha lasciato tracce visibili nel tessuto urbano, ma il riferimento al mito delle Colonne d'Ercole è rimasto un filo conduttore riconoscibile nella toponomastica e nella memoria locale, tanto che ancora oggi il Monte Hacho viene indicato dalle guide turistiche come una delle due possibili Colonne d'Ercole.

Il Monte Hacho, tra fortificazioni e leggenda

Il Monte Hacho non è soltanto un riferimento mitologico: è anche un sito di grande valore storico e militare. Sulla sua sommità sorgono fortificazioni che si sono stratificate nel corso dei secoli, dalle prime strutture difensive bizantine fino alle successive rielaborazioni spagnole. La posizione dominante sullo stretto ne ha fatto un punto di osservazione strategico ininterrottamente utilizzato, segno che il valore pratico del luogo ha sempre camminato di pari passo con il suo prestigio simbolico.

Chi visita oggi Ceuta può ancora percorrere i sentieri che salgono verso la cima del monte e osservare da lì il punto esatto in cui, secondo la leggenda, il mondo antico si fermava. È uno di quei rari casi in cui il mito non richiede uno sforzo di immaginazione particolare: il paesaggio stesso, con la costa africana e quella europea visibili quasi simultaneamente, spiega da solo perché gli antichi abbiano scelto proprio questo luogo per collocarvi il confine dell'ecumene.

Non plus ultra: da monito mitologico a modo di dire

L'espressione latina non plus ultra, attribuita all'iscrizione sulle colonne, ha avuto una fortuna linguistica sorprendente. Nel corso dei secoli si è progressivamente trasformata in nec plus ultra e infine nell'uso moderno non plus ultra, oggi impiegata in italiano per indicare il massimo livello raggiungibile in un determinato ambito, quasi un rovesciamento del significato originario. Ciò che nasceva come un divieto assoluto, un limite da non oltrepassare mai, è diventato nel linguaggio comune un sinonimo di eccellenza, il punto più alto a cui si possa arrivare.

Questo scivolamento semantico racconta bene come i simboli antichi possano sopravvivere ai loro contesti originari cambiando completamente segno. Il monito di Ercole, pensato per scoraggiare l'ambizione umana, è diventato con il tempo la celebrazione di quella stessa ambizione portata alle estreme conseguenze.

Un'eredità inaspettata: dallo stemma spagnolo al simbolo del dollaro

Pochi sanno che le Colonne d'Ercole hanno lasciato un'impronta persino nella grafica di una delle valute più diffuse al mondo. Dopo la conquista di Gibilterra nel 1492, il re Ferdinando II d'Aragona adottò le due colonne come emblema della corona spagnola, avvolte da un nastro con la scritta non plus ultra. Nello stesso anno Cristoforo Colombo raggiunse le Americhe, e il motto perse la negazione iniziale: da divieto assoluto diventò Plus Ultra, "sempre più oltre", quasi a certificare che il vecchio limite del mondo era stato definitivamente superato.

Quello stemma, con le due colonne e il nastro a "S", fu inciso sui pesos d'argento coniati nelle colonie spagnole d'America, le monete note come "pezzi da otto". Secondo l'ipotesi più accreditata tra gli storici della numismatica, fu proprio quella immagine, riprodotta per secoli su monete che circolavano ampiamente anche nelle colonie britanniche del Nord America, a ispirare la forma del simbolo del dollaro che usiamo ancora oggi. Le due colonne verticali, attraversate dal nastro sinuoso, si sarebbero progressivamente semplificate fino al segno $. Non è l'unica teoria sull'origine del simbolo, ma resta quella più citata dagli studiosi, e lega in modo sorprendente un mito greco vecchio di millenni a un gesto che milioni di persone compiono ogni giorno senza saperlo, quando scrivono o digitano quel semplice segno grafico.

Dante, Ulisse e la sfida al limite

Colonne d'Ercole e Ceuta
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Nessun autore ha reso il significato filosofico delle Colonne d'Ercole con la potenza di Dante Alighieri. Nel canto ventiseiesimo dell'Inferno, Virgilio invita Ulisse a raccontare il proprio ultimo viaggio, e l'eroe greco descrive come, dopo il ritorno a Itaca, non riuscì a resistere al richiamo della conoscenza. Spinse i propri compagni oltre le Colonne, "dove Ercole segnò li suoi riguardi", verso l'ignoto, sfidando apertamente il limite imposto agli uomini.

Il viaggio si conclude con un naufragio, la punizione dantesca per chi ha osato superare i confini stabiliti per la specie umana. Ma il celebre discorso di Ulisse ai compagni, quello in cui ricorda loro di non essere "fatti a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza", ha trasformato quella trasgressione in uno dei momenti più alti della poesia occidentale. Le Colonne d'Ercole diventano così, nella lettura dantesca, molto più di un confine geografico: rappresentano il punto in cui la sete di conoscenza dell'uomo si scontra con i limiti imposti dalla propria natura mortale.

Il mito nella tradizione degli aforismi sul limite

Il fascino delle Colonne d'Ercole non si esaurisce nella geografia o nella storia: è anche un tema ricorrente nella riflessione sui confini della conoscenza umana. Il poeta Pindaro, nel quinto secolo avanti Cristo, invitava già i suoi lettori a non spingersi oltre quel limite, definendolo il punto in cui la saggezza consiglia di fermarsi. Platone, nei suoi dialoghi, se ne servì come riferimento geografico per collocare il mito di Atlantide, immaginata come una terra scomparsa oltre quello stesso stretto.

Il tema è tornato, in forme diverse, ogni volta che un autore ha voluto parlare del confine tra ciò che l'uomo può conoscere e ciò che gli è precluso. L'Ulisse dantesco ne è l'esempio più celebre, ma non l'unico: da Seneca a Petrarca, passando per gli umanisti del Rinascimento, le Colonne sono state richiamate come metafora ogni volta che si voleva esprimere la tensione tra l'ambizione della mente umana e i limiti imposti dalla condizione mortale. È una delle ragioni per cui questo mito, a differenza di molte altre storie della mitologia classica, non ha mai smesso di essere citato: offre un'immagine concreta, quasi tangibile, a un'idea altrimenti astratta.

Un confine che si è spostato insieme alla conoscenza

Guardando all'insieme delle fonti antiche, emerge un dato interessante: il mito delle Colonne d'Ercole non è mai stato statico. La sua collocazione geografica ha seguito, quasi passo dopo passo, l'espansione della conoscenza geografica greca verso occidente. Prima collocate simbolicamente a oriente, poi spostate progressivamente fino allo Stretto di Gibilterra, le Colonne rappresentano un caso raro in cui un simbolo mitologico si è adattato nel tempo ai progressi reali dell'esplorazione umana, invece di restare fissato in un punto immutabile.

Ceuta, con il suo Monte Hacho affacciato sullo stretto, resta oggi una delle testimonianze più tangibili di questo lungo percorso. Camminare tra le sue fortificazioni significa attraversare, in pochi passi, più di duemila anni di storia mediterranea: quella dei fenici che per primi ne compresero il valore strategico, quella dei greci che ne fecero un confine sacro, e quella di tutte le civiltà che, da allora, hanno continuato a passare da quello stretto varco tra due mari e due mondi.

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